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L’Eucarestia come “misterium amoris”
ECCLESIA
DE EUCHARISTIA VIVIT
RIFLESSIONI SUL
MISTERO EUCARISTICO
ALLA LUCE DELL’ECCLESIOLOGIA
di Fabio
Adernò *
Ci siamo così immersi, grazie
all’ausilio dell’arte rinascimentale – che forse più di ogni
altra ha saputo interpretare l’intima connessione tra la
natura umana e la natura divina – in quel mistero
di altrettanta intima e mistica connessione tra il Mistero del Sacrificio Eucaristico e la Chiesa.
Per gli approfondimenti
dottrinali,
rimando direttamente alla
bellissima Enc. Mediator Dei di Pio XII (nella quale è
espressa tutta la teologia cattolica sulla Messa), al II
cap. dell’Enc. Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Paolo II
(17.4.2003) nella quale si parla del c.d. “influsso
causale”, e all’Es. Ap. Sacramentum caritatis di Benedetto
XVI (22.2.2007), nella quale il Santo Padre offre un
poderoso strumento, dottrinale, teologico, sacramentale e
liturgico, per comprendere questo che San Paolo
definisce come “magnum mysterium”.
Esistono tantissimi libri di
pietà per vivere la Messa. E la Messa, in sé – ci ricorda il
Papa – è il “Sacramento dell’Amore”, la manifestazione più
sublime dell’amore come dono totale: Cristo si dona a noi in
modo pieno ed assoluto,
e diventa un alimento vero e
proprio per la nostra anima. In quel Sacrificio rivissuto
ogni volta che un Sacerdote celebra la Messa rivive, in
toto, lo stesso Cristo. Come ci insegna la dottrina
cattolica: “Il sacrificio di Cristo e il sacrificio
dell’Eucaristia sono un unico
sacrificio: ‘Si tratta infatti di
una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora
per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se
stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi’. E
poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella
Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso
Cristo, che ‘si offrì una sola volta in modo cruento’
sull’altare della croce, [...] questo sacrificio [è]
veramente propiziatorio” (CCC n.1367). Attraverso, dunque il
mistero della transustanziazione noi riusciamo ad avere
tutto Cristo, in corposangueanimadivinità, secondo l’eccelsa
definizione del Concilio di Trento: “Con la consacrazione
del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la
sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro
Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del
suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e
proprio è chiamata dalla santa Chiesa
Cattolica transustanziazione” (Sess. XIII, capitolo IV; cfr. can. II).
Il mistero ecclesiale, che è
racchiuso nel mistero eucaristico, è un qualcosa di
certamente incomprensibile nella sua interezza, ma
se consideriamo che dal
costato trafitto di Cristo, mediante l’acqua e il sangue, è
nata la Chiesa, rinnovando il luogo veterotestamentario
della nascita della donna dalla costola dell’uomo, in questa
nuova ed eterna rigenerazione dell’umanità per i meriti
della Passione del Signore, riusciamo a intravedere parte
di questo grande mistero.
Mistero, questo, davanti al
quale molti potrebbero ritenersi estremamente indegni. Ma il
Santo Curato d’Ars avvertiva: “Non dite che non ne siete
degni. È vero: non ne siete degni, ma ne avete bisogno”.
Ora, noi, abbiamo veramente
bisogno di Cristo, come un
amante ha bisogno dell’amato, poiché, come ricordava quello
stesso Santo sacerdote: “Il buon Dio, volendo darsi a noi,
nel sacramento del suo amore, ci ha dato un desiderio
profondo e grande che Egli solo può soddisfare”.
Spesse volte la Messa viene
vissuta come un “pensiero” da togliersi, come un dovere
imposto da una norma che, per consuetudine, rispettiamo ma
di cui, spesso, non riusciamo a coglierne la ‘ratio’. A
volte ci sembra fastidioso, lo facciamo di malavoglia,
perché pensiamo che sia un atto da vivere passivamente,
quando in realtà la dottrina cattolica ci ha sempre
insegnato che il Sacerdote – conformato a Cristo, Sacerdote
e Vittima, l’unico a poter offrire il Sacrificio – nell’atto
di celebrare non è solo, ma con lui partecipa tutta la
Chiesa, militante il terra trionfante in cielo, per il
mistero della comunione dei Santi, con lui partecipano la
Madonna, gli
Angeli: la messa è definita
“apoteosi gloriosa” della Corte Celeste, alla quale siamo
tutti chiamate a partecipare con la nostra piena
disposizione d’animo. L’essere “partecipativi” alla Messa
non è leggere una lettura, o la preghiera dei fedeli: tutto
ciò, se fatto per “clericizzare” la condizione laicale,
perverte il valore della Messa, che non è né una cena
“memoriale” né una singolare “assemblea” rituale. La Messa è
un Sacrificio, nel quale si ripresenta il medesimo,
identico, Sacrificio del Calvario. Non avrebbe senso
celebrare la Messa se fosse una memoria… ognuno di noi ne
potrebbe fare ricordo nella sua stanza, a casa, al
mare… invece noi siamo chiamati a rendere culto a Dio con
quel Sacrificio che già vide preconio nelle profezie di
Malachia: “Ho cessato di compiacermi in voi (sacerdoti
dell’antica Alleanza,
NdA) e, in avvenire, non
riceverà nessun dono dalle vostre mani, perché dall’oriente
all’occidente, il mio nome sarà grande in mezzo alle nazioni
e in tutti i luoghi si offre un sacrificio puro al mio nome”
(Mal., 1, 1011). In essa, dunque,
abbiamo la piena edificazione
della Chiesa, quale nuovo Israele, la vigna del Signore
costituita in ragione del
Battesimo, e non dell’appartenenza genetica ad un dato popolo. E del resto,
quell’influsso causale di cui parlano Giovanni Paolo II e
Benedetto XVI ha fondamenti nella storia
apostolica, giacché è mediante la
celebrazione dell’Eucaristia che si è fatta la Chiesa.
La tradizione ci insegna che
gli Apostoli stessi hanno offerto il Sacrificio della Messa.
San Matteo fu ucciso all’altare, mentre celebrava i divini
misteri. Secondo la leggenda Sant’Andrea diceva al giudice
Egea: “Ogni giorno io sacrifico a Dio
onnipotente non la carne dei
tori o il sangue dei montoni, ma l’Agnello immacolato”. E
abbiamo ancora le liturgie della Messe di San Giacomo e di
San Marco: l’una in uso a Gerusalemme e l’altra
ad Alessandria d’Egitto.
Attraverso l’offerta
eucaristica la Chiesa nasce, cresce, e si fortifica. Senza
Eucaristia, possiamo senza paura affermare, non c’è Chiesa,
e non può
darsi Chiesa senza
l’Eucaristia. Diceva
S. Tommaso: “Come il
cibo corporale è necessario
per la vita a tal punto che senza di esso non si può
vivere,...così il cibo spirituale è necessario per la vita
spirituale, in modo che senza di esso la vita spirituale
non si può mantenere”. In quel mistero silenzioso e
ammirabile della reiterata incarnazione del Verbo, noi
riusciamo a contemplare tutta intera la nostra fede;
nell’Eucaristia è la chiave di tutto, essendo la Messa
“fonte e apice di tutta la vita cristiana” (LG 11):
“Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il
bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra
Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata
dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini”
(PO 5).
Nell’ultimo Concilio –
facendo eco al sapiente, costante ed immutabile Magistero
precedente – i Padri dopo aver detto che “la Chiesa, ossia
il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza
di Dio cresce visibilmente nel mondo”, quasi volendo
rispondere alla domanda: “Come?”, aggiungono: “Ogni volta
che il sacrificio della Croce “col quale Cristo, nostro
agnello pasquale, è stato immolato” (1 Cor 5,7) viene
celebrato sull’altare, si
effettua l’opera della nostra
redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico,
viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che
costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr 1 Cor
10,17)” (LG 3). San Tommaso ci ha insegnato che “Nell’ultima
Cena, dopo aver celebrato la Pasqua con i suoi discepoli,
mentre passava da questo mondo a suo Padre, Cristo istituì
questo sacramento come memoria perpetua della sua passione
.... il più grande di tutti i miracoli; a coloro che la sua
assenza avrebbe riempito di tristezza, lasciò questo
sacramento come incomparabile conforto”.
L’Eucaristia, dunque, che
semanticamente indica il
“dono di grazie”, è l’adempimento della promessa evangelica
del Signore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
alla fine del mondo” (Mt 28,20): istituita alla presenza del
solo Collegio Apostolico, essa rappresenta il vincolo
ecclesiale inscindibile della comunione, termine di seguito
utilizzato per indicare la partecipazione diretta al Corpo e
Sangue di Cristo. Alla sola Gerarchia il Signore ha voluto
affidare la continuità e la perpetuità di questo dono
mirabile, che Egli stesso è. Ai soli Sacerdoti il gravissimo
compito di perpetuare, incruentamente, su tutti gli Altari,
il Suo Sacrificio. “Ogni giorno egli (Gesù) discende dal
seno del Sommo Padre nell’altare tra le mani del sacerdote e
come apparve ai santi Apostoli nella vera carne, così anche
ora si rivela a noi nel sacro
pane” diceva S. Francesco d’Assisi.
Attesa, dunque, l’ incorporazione
che ogni battezzato ha ricevuto col il lavacro dell’acqua
– e dunque con la sua “morte al peccato e rinascita alla
vita” – il Sacrificio Eucaristico diventa conferma
e collante, alimento corroborante e vivificante, della vita
cristiana.
S. Francesco di Sales soleva dire
che “Il Papa è il Cristo che parla. L’Eucaristia
è il Cristo che tace”. Una visione, questa, pienamente apostolica, ecclesiale, perché pienamente eucaristica.
Lì, nel silenzio dell’Ostia,
Cristo ci
manifesta il suo amore
sconfinato: si è donato tutto a
noi, si fa in mille frammenti pur restando Uno.
“Tutte le buone opere messe
insieme non equivalgono al sacrificio della Messa, perché
sono opere degli uomini, mentre la Santa
Messa è opera di Dio” diceva
il Santo Curato d’Ars, il quale ai suoi parrocchiani faceva
notare che “Quando abbiamo comunicato, se qualcuno ci
dicesse: “Che cosa vi portate a casa?”, potremmo
rispondere: “Porto il cielo””.
Giovanni Paolo II faceva
notare: “L’intimità divina con Cristo, nel silenzio della
contemplazione, non ci allontana dai nostri contemporanei,
ma, al contrario, ci rende attenti ed aperti alle gioie ed
agli affanni degli uomini ed allarga il cuore alle
dimensioni del mondo. Essa ci rende solidali verso i nostri
fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che
sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il
cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione
radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Coloro che
si incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente
servizio: essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo
conoscono o che sono lontani da Lui; essi vegliano
davanti a Lui, in loro nome”.
Il Sacramento, summa di tutti
i Sacramenti, è pertanto un
qualcosa di “doppio”: è intimo, perché riguarda la nostra
anima, ma al tempo stesso è “esterno”, perché la riguarda in
ragione di un’appartenenza, di un’incorporazione.
Non facciamoci, dunque,
prendere dalla frenesia una
volta terminata la messa… che non è mai lunga e,
soprattutto, non è mai “finita”… Un vecchio proverbio dice
che “La messa è lunga quando la devozione è corta”. Noi
invece, come insegnava S. Josemaría Escrivá de Balaguer,
“Dobbiamo, anzitutto, amare la Santa Messa, che deve essere
il centro della nostra giornata. Se si vive bene la Messa,
come è possibile poi, per tutto il resto del giorno, non
avere il pensiero in Dio, non aver la voglia di restare alla
sua presenza per lavorare come Egli lavorava e amare come
Egli amava?”.
“Ogni visita a Cristo
Eucaristico e ogni contemplazione della sua presenza
– diceva la nostra Santa Maria Domenica Mazzarello – sono un
ritorno alla nostra vera situazione, al nostro destino
finale: rappresentano una pregustazione del
possesso celeste, dove il
nostro essere abiterà in Dio e il nostro sguardo si fonderà
con il suo”. E S. Pio da Pietrelcina consigliava: “Nel corso
del giorno, quando non ti è permesso di fare altro, chiama
Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito
rassegnato dell’anima, ed egli verrà e resterà sempre unito
con l’anima mediante la sua grazia e il suo santo amore.
Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci
puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame ed
abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato
di riceverlo sacramentalmente… Se gli uomini comprendessero
il valore della Santa Messa, ad ogni Messa
ci vorrebbero i carabinieri per tenere in ordine le folle di
gente nelle Chiese”.
E del resto, già S. Alfonso
M. de’ Liguori logicamente faceva notare: “Gli amici provano
tanta gioia nello stare insieme, che trascorrono tra loro delle intere
giornate. Chi non ama Gesù Eucaristia invece, si annoia
alla sua presenza; i santi hanno trovato il
paradiso, davanti al SS. Sacramento”.
Alla luce della simmetria
tra il mistero
dell’Incarnazione e quello del Sacrificio Eucaristico,
legati a doppio filo col mistero della Chiesa, possiamo
senz’altro trovare una via privilegiata per immergerci in
questo oceano di immenso amore che s’irradia dall’Ostia
santa, silenziosa eppur potentissima; la
via privilegiata è Maria Santissima.
Meditava il B.to Charles de
Foucauld: “Per i nove mesi
che la Santa Vergine ti portò nel suo seno, non eri
più vicino a Lei che a me quando vieni sulla mia lingua
nella Comunione!”
La Beata sempre Vergine Maria
fu il primo Tabernacolo del Signore. Ella Lo portò con sé e
lo strinse a sé (come si prega in una
bellissima orazione tradizionale composta da S. Tommaso,
prevista come ringraziamento alla Messa) con amore
fortissimo. E la stessa che aveva detto quel meraviglioso sì
– dal quale noi stessi proveniamo, in quanto nuova umanità,
e che fece in modo che “il Creatore si facesse sua fattura”
(Dante) – la stessa che aveva accudito il piccolo Gesù e
angosciata l’aveva cercato smarrito nel Tempio, quella
stessa donna lo accolse tra le braccia ai piedi della Croce:
umanamente straziata dal dolore, lacerata come ogni madre
che perde un Figlio. Ella prese
tra le sue braccia il Cristo, e lo strinse a sé, con lo
stesso amore col quale l’aveva allattato da piccolo.
Veneriamo il Sacramento con
le parole: Ave, verum corpus natum de Maria Virgine, / vere
passum, immolatum, in cruce pro homine! Qui c’è il tesoro
della Chiesa, il cuore del mondo, il pegno del traguardo a
cui ciascun uomo, anche inconsapevolmente, anela. Mistero
grande, che ci supera, certo, e mette a dura prova la
capacità della nostra mente di andare oltre le apparenze.
Qui i nostri sensi falliscono – “visus, tactus, gustus in te
fallitur ”,
è detto nell’inno Adoro te devote –, ma la sola fede,
radicata nella parola di Cristo a noi consegnata dagli
Apostoli, ci basta. Lasciate che, come Pietro alla fine del
discorso eucaristico nel Vangelo di Giovanni, io ripeta a
Cristo, a nome di tutta la Chiesa, a nome di ciascuno di
voi: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”
(Gv 6,68).
Anche noi, dunque,
sull’esempio di Maria “donna Eucaristica”, cerchiamo di
stringere a noi il Signore, accogliendolo con le degne
disposizioni morali – poiché
un ospite di riguardo non si riceve con la casa sporca e in
disordine – e tenendolo stretto dentro di noi, per saper
essere realmente ciò che Egli vuole e a
ciò cui siamo destinati, fin dal principio: santi e immacolati.
Dopo aver fatto la comunione,
al termine della Messa, pertanto, rimaniamo in
meditazione… Don Bosco consigliava almeno un quarto
d’ora… ma avendo ricevuto un
dono così grande, non c’è un tempo per il ringraziamento. Il
silenzio, allora, ci accompagni per cinquedieci minuti… una
volta usciti dalla Chiesa, facciamo della nostra vita un
continuo ringraziamento a Dio per quanto ci dona, con gioia,
servendoLo nelle opere di carità – sotto tutte le forme – e
sentendoci realmente membra del Corpo Mistico.
Quell’Ostia – così come
nell’affresco di Raffaello – è il centro di tutto.
Tutto ruota intorno a quel Cristo che ora noi vediamo
sotto le Specie eucaristiche,
ma di cui potremo anche vedere il
Volto, un giorno, contemplandolo nella Sua gloria, insieme alla
Vergine e a tutti i Santi.
Fabio
Adernò
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Dettate presso la Sede dell’Arciconfraternita
dei Siciliani in Roma il 28 Gennaio 2010
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