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Incontri 2010

L’Eucarestia come “misterium amoris”
ECCLESIA DE EUCHARISTIA VIVIT

RIFLESSIONI SUL MISTERO EUCARISTICO
ALLA LUCE DELL’ECCLESIOLOGIA

di Fabio Adernò*

Ci siamo così immersi, grazie all’ausilio dell’arte rinascimentale – che forse più di ogni altra ha saputo interpretare l’intima connessione tra la natura umana e la natura divina – in quel mistero di altrettanta intima e mistica connessione tra il Mistero del Sacrificio Eucaristico e la Chiesa.

Per gli approfondimenti dottrinali, rimando direttamente alla bellissima Enc. Mediator Dei di Pio XII (nella quale è espressa tutta la teologia cattolica sulla Messa), al II cap. dell’Enc. Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Paolo II (17.4.2003) nella quale si parla del c.d. “influsso causale”, e all’Es. Ap. Sacramentum caritatis di Benedetto XVI (22.2.2007), nella quale il Santo Padre offre un poderoso strumento, dottrinale, teologico, sacramentale e liturgico, per comprendere questo che San Paolo definisce come “magnum mysterium”.

Esistono tantissimi libri di pietà per vivere la Messa. E la Messa, in sé – ci ricorda il Papa – è il “Sacramento dell’Amore”, la manifestazione più sublime dell’amore come dono totale: Cristo si dona a noi in modo pieno ed assoluto, e diventa un alimento vero e proprio per la nostra anima. In quel Sacrificio rivissuto ogni volta che un Sacerdote celebra la Messa rivive, in toto, lo stesso Cristo. Come ci insegna la dottrina cattolica: “Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio: ‘Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi’. E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che ‘si offrì una sola volta in modo cruento’ sull’altare della croce, [...] questo sacrificio [è] veramente propiziatorio” (CCC n.1367). Attraverso, dunque il mistero della transustanziazione noi riusciamo ad avere tutto Cristo, in corposangueanimadivinità, secondo l’eccelsa definizione del Concilio di Trento: “Con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa Chiesa Cattolica transustanziazione” (Sess. XIII, capitolo IV; cfr. can. II).

Il mistero ecclesiale, che è racchiuso nel mistero eucaristico, è un qualcosa di certamente incomprensibile nella sua interezza, ma se consideriamo che dal costato trafitto di Cristo, mediante l’acqua e il sangue, è nata la Chiesa, rinnovando il luogo veterotestamentario della nascita della donna dalla costola dell’uomo, in questa nuova ed eterna rigenerazione dell’umanità per i meriti della Passione del Signore, riusciamo a intravedere parte di questo grande mistero.

Mistero, questo, davanti al quale molti potrebbero ritenersi estremamente indegni. Ma il Santo Curato d’Ars avvertiva: “Non dite che non ne siete degni. È vero: non ne siete degni, ma ne avete bisogno”. Ora, noi, abbiamo veramente bisogno di Cristo, come un amante ha bisogno dell’amato, poiché, come ricordava quello stesso Santo sacerdote: “Il buon Dio, volendo darsi a noi, nel sacramento del suo amore, ci ha dato un desiderio profondo e grande che Egli solo può soddisfare”.

Spesse volte la Messa viene vissuta come un “pensiero” da togliersi, come un dovere imposto da una norma che, per consuetudine, rispettiamo ma di cui, spesso, non riusciamo a coglierne la ‘ratio’. A volte ci sembra fastidioso, lo facciamo di malavoglia, perché pensiamo che sia un atto da vivere passivamente, quando in realtà la dottrina cattolica ci ha sempre insegnato che il Sacerdote – conformato a Cristo, Sacerdote e Vittima, l’unico a poter offrire il Sacrificio – nell’atto di celebrare non è solo, ma con lui partecipa tutta la Chiesa, militante il terra trionfante in cielo, per il mistero della comunione dei Santi, con lui partecipano la Madonna, gli Angeli: la messa è definita “apoteosi gloriosa” della Corte Celeste, alla quale siamo tutti chiamate a partecipare con la nostra piena disposizione d’animo. L’essere “partecipativi” alla Messa non è leggere una lettura, o la preghiera dei fedeli: tutto ciò, se fatto per “clericizzare” la condizione laicale, perverte il valore della Messa, che non è né una cena “memoriale” né una singolare “assemblea” rituale. La Messa è un Sacrificio, nel quale si ripresenta il medesimo, identico, Sacrificio del Calvario. Non avrebbe senso celebrare la Messa se fosse una memoria… ognuno di noi ne potrebbe fare ricordo nella sua stanza, a casa, al mare… invece noi siamo chiamati a rendere culto a Dio con quel Sacrificio che già vide preconio nelle profezie di Malachia: “Ho cessato di compiacermi in voi (sacerdoti dell’antica Alleanza, NdA) e, in avvenire, non riceverà nessun dono dalle vostre mani, perché dall’oriente all’occidente, il mio nome sarà grande in mezzo alle nazioni e in tutti i luoghi si offre un sacrificio puro al mio nome” (Mal., 1, 1011). In essa, dunque, abbiamo la piena edificazione della Chiesa, quale nuovo Israele, la vigna del Signore costituita in ragione del Battesimo, e non dell’appartenenza genetica ad un dato popolo. E del resto, quell’influsso causale di cui parlano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ha fondamenti nella storia apostolica, giacché è mediante la celebrazione dell’Eucaristia che si è fatta la Chiesa.

La tradizione ci insegna che gli Apostoli stessi hanno offerto il Sacrificio della Messa. San Matteo fu ucciso all’altare, mentre celebrava i divini misteri. Secondo la leggenda Sant’Andrea diceva al giudice Egea: “Ogni giorno io sacrifico a Dio onnipotente non la carne dei tori o il sangue dei montoni, ma l’Agnello immacolato”. E abbiamo ancora le liturgie della Messe di San Giacomo e di San Marco: l’una in uso a Gerusalemme e l’altra ad Alessandria d’Egitto.

Attraverso l’offerta eucaristica la Chiesa nasce, cresce, e si fortifica. Senza Eucaristia, possiamo senza paura affermare, non c’è Chiesa, e non può darsi Chiesa senza l’Eucaristia. Diceva

S. Tommaso: “Come il cibo corporale è necessario per la vita a tal punto che senza di esso non si può vivere,...così il cibo spirituale è necessario per la vita spirituale, in modo che senza di esso la vita spirituale non si può mantenere”. In quel mistero silenzioso e ammirabile della reiterata incarnazione del Verbo, noi riusciamo a contemplare tutta intera la nostra fede; nell’Eucaristia è la chiave di tutto, essendo la Messa “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (LG 11): “Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini” (PO 5).

Nell’ultimo Concilio – facendo eco al sapiente, costante ed immutabile Magistero precedente – i Padri dopo aver detto che “la Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza di Dio cresce visibilmente nel mondo”, quasi volendo rispondere alla domanda: “Come?”, aggiungono: “Ogni volta che il sacrificio della Croce “col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato” (1 Cor 5,7) viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr 1 Cor 10,17)” (LG 3). San Tommaso ci ha insegnato che “Nell’ultima Cena, dopo aver celebrato la Pasqua con i suoi discepoli, mentre passava da questo mondo a suo Padre, Cristo istituì questo sacramento come memoria perpetua della sua passione .... il più grande di tutti i miracoli; a coloro che la sua assenza avrebbe riempito di tristezza, lasciò questo sacramento come incomparabile conforto”.

L’Eucaristia, dunque, che semanticamente indica il “dono di grazie”, è l’adempimento della promessa evangelica del Signore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20): istituita alla presenza del solo Collegio Apostolico, essa rappresenta il vincolo ecclesiale inscindibile della comunione, termine di seguito utilizzato per indicare la partecipazione diretta al Corpo e Sangue di Cristo. Alla sola Gerarchia il Signore ha voluto affidare la continuità e la perpetuità di questo dono mirabile, che Egli stesso è. Ai soli Sacerdoti il gravissimo compito di perpetuare, incruentamente, su tutti gli Altari, il Suo Sacrificio. “Ogni giorno egli (Gesù) discende dal seno del Sommo Padre nell’altare tra le mani del sacerdote e come apparve ai santi Apostoli nella vera carne, così anche ora si rivela a noi nel sacro pane” diceva S. Francesco d’Assisi.

Attesa, dunque, l’incorporazione che ogni battezzato ha ricevuto col il lavacro dell’acqua – e dunque con la sua “morte al peccato e rinascita alla vita” – il Sacrificio Eucaristico diventa conferma e collante, alimento corroborante e vivificante, della vita cristiana.

S. Francesco di Sales soleva dire che “Il Papa è il Cristo che parla. L’Eucaristia è il Cristo che tace”. Una visione, questa, pienamente apostolica, ecclesiale, perché pienamente eucaristica.

Lì, nel silenzio dell’Ostia, Cristo ci manifesta il suo amore sconfinato: si è donato tutto a noi, si fa in mille frammenti pur restando Uno.

“Tutte le buone opere messe insieme non equivalgono al sacrificio della Messa, perché sono opere degli uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio” diceva il Santo Curato d’Ars, il quale ai suoi parrocchiani faceva notare che “Quando abbiamo comunicato, se qualcuno ci dicesse: “Che cosa vi portate a casa?”, potremmo rispondere: “Porto il cielo””. Giovanni Paolo II faceva notare: “L’intimità divina con Cristo, nel silenzio della contemplazione, non ci allontana dai nostri contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti ed aperti alle gioie ed agli affanni degli uomini ed allarga il cuore alle dimensioni del mondo. Essa ci rende solidali verso i nostri fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Coloro che si incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio: essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo conoscono o che sono lontani da Lui; essi vegliano davanti a Lui, in loro nome”.

Il Sacramento, summa di tutti i Sacramenti, è pertanto un qualcosa di “doppio”: è intimo, perché riguarda la nostra anima, ma al tempo stesso è “esterno”, perché la riguarda in ragione di un’appartenenza, di un’incorporazione.

Non facciamoci, dunque, prendere dalla frenesia una volta terminata la messa… che non è mai lunga e, soprattutto, non è mai “finita”… Un vecchio proverbio dice che “La messa è lunga quando la devozione è corta”. Noi invece, come insegnava S. Josemaría Escrivá de Balaguer, “Dobbiamo, anzitutto, amare la Santa Messa, che deve essere il centro della nostra giornata. Se si vive bene la Messa, come è possibile poi, per tutto il resto del giorno, non avere il pensiero in Dio, non aver la voglia di restare alla sua presenza per lavorare come Egli lavorava e amare come Egli amava?”.

“Ogni visita a Cristo Eucaristico e ogni contemplazione della sua presenza – diceva la nostra Santa Maria Domenica Mazzarello – sono un ritorno alla nostra vera situazione, al nostro destino finale: rappresentano una pregustazione del possesso celeste, dove il nostro essere abiterà in Dio e il nostro sguardo si fonderà con il suo”. E S. Pio da Pietrelcina consigliava: “Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito rassegnato dell’anima, ed egli verrà e resterà sempre unito con l’anima mediante la sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame ed abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente… Se gli uomini comprendessero il valore della Santa Messa, ad ogni Messa ci vorrebbero i carabinieri per tenere in ordine le folle di gente nelle Chiese”.

E del resto, già S. Alfonso M. de’ Liguori logicamente faceva notare: “Gli amici provano tanta gioia nello stare insieme, che trascorrono tra loro delle intere giornate. Chi non ama Gesù Eucaristia invece, si annoia alla sua presenza; i santi hanno trovato il paradiso, davanti al SS. Sacramento”.

Alla luce della simmetria tra il mistero dell’Incarnazione e quello del Sacrificio Eucaristico, legati a doppio filo col mistero della Chiesa, possiamo senz’altro trovare una via privilegiata per immergerci in questo oceano di immenso amore che s’irradia dall’Ostia santa, silenziosa eppur potentissima; la via privilegiata è Maria Santissima.

Meditava il B.to Charles de Foucauld: “Per i nove mesi che la Santa Vergine ti portò nel suo seno, non eri più vicino a Lei che a me quando vieni sulla mia lingua nella Comunione!”

La Beata sempre Vergine Maria fu il primo Tabernacolo del Signore. Ella Lo portò con sé e lo strinse a sé (come si prega in una bellissima orazione tradizionale composta da S. Tommaso, prevista come ringraziamento alla Messa) con amore fortissimo. E la stessa che aveva detto quel meraviglioso sì – dal quale noi stessi proveniamo, in quanto nuova umanità, e che fece in modo che “il Creatore si facesse sua fattura” (Dante) – la stessa che aveva accudito il piccolo Gesù e angosciata l’aveva cercato smarrito nel Tempio, quella stessa donna lo accolse tra le braccia ai piedi della Croce: umanamente straziata dal dolore, lacerata come ogni madre che perde un Figlio. Ella prese tra le sue braccia il Cristo, e lo strinse a sé, con lo stesso amore col quale l’aveva allattato da piccolo.

Veneriamo il Sacramento con le parole: Ave, verum corpus natum de Maria Virgine, / vere passum, immolatum, in cruce pro homine! Qui c’è il tesoro della Chiesa, il cuore del mondo, il pegno del traguardo a cui ciascun uomo, anche inconsapevolmente, anela. Mistero grande, che ci supera, certo, e mette a dura prova la capacità della nostra mente di andare oltre le apparenze. Qui i nostri sensi falliscono – “visus, tactus, gustus in te fallitur”, è detto nell’inno Adoro te devote –, ma la sola fede, radicata nella parola di Cristo a noi consegnata dagli Apostoli, ci basta. Lasciate che, come Pietro alla fine del discorso eucaristico nel Vangelo di Giovanni, io ripeta a Cristo, a nome di tutta la Chiesa, a nome di ciascuno di voi: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68).

Anche noi, dunque, sull’esempio di Maria “donna Eucaristica”, cerchiamo di stringere a noi il Signore, accogliendolo con le degne disposizioni morali – poiché un ospite di riguardo non si riceve con la casa sporca e in disordine – e tenendolo stretto dentro di noi, per saper essere realmente ciò che Egli vuole e a ciò cui siamo destinati, fin dal principio: santi e immacolati.

Dopo aver fatto la comunione, al termine della Messa, pertanto, rimaniamo in meditazione… Don Bosco consigliava almeno un quarto d’ora… ma avendo ricevuto un dono così grande, non c’è un tempo per il ringraziamento. Il silenzio, allora, ci accompagni per cinquedieci minuti… una volta usciti dalla Chiesa, facciamo della nostra vita un continuo ringraziamento a Dio per quanto ci dona, con gioia, servendoLo nelle opere di carità – sotto tutte le forme – e sentendoci realmente membra del Corpo Mistico.

Quell’Ostia – così come nell’affresco di Raffaello – è il centro di tutto. Tutto ruota intorno a quel Cristo che ora noi vediamo sotto le Specie eucaristiche, ma di cui potremo anche vedere il Volto, un giorno, contemplandolo nella Sua gloria, insieme alla Vergine e a tutti i Santi.

Fabio Adernò

* Dettate presso la Sede dell’Arciconfraternita dei Siciliani in Roma il 28 Gennaio 2010

 

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