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Venerabile Arciconfraternita
S.Maria Odigitria dei Siciliani
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Opuscolo  Veglia di preghiera dei giovani

Incontri 2010

L’Eucarestia come “misterium amoris”
ECCLESIA DE EUCHARISTIA VIVIT

RIFLESSIONI SUL MISTERO EUCARISTICO
ALLA LUCE DELL’ECCLESIOLOGIA

di Fabio Adernò*
Ci siamo così immersi, grazie all’ausilio dell’arte rinascimentale – che forse più di ogni altra ha saputo interpretare l’intima connessione tra la natura umana e la natura divina – in quel mistero di altrettanta intima e mistica connessione tra il Mistero del Sacrificio Eucaristico e la Chiesa.
Per gli approfondimenti dottrinali, rimando direttamente alla bellissima Enc. Mediator Dei di Pio XII (nella quale è espressa tutta la teologia cattolica sulla Messa), al II cap. dell’Enc. Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Paolo II (17.4.2003) nella quale si parla del c.d. “influsso causale”, e all’Es. Ap. Sacramentum caritatis di Benedetto XVI (22.2.2007), nella quale il Santo Padre offre un poderoso strumento, dottrinale, teologico, sacramentale e liturgico, per comprendere questo che San Paolo definisce come “magnum mysterium”.
Esistono tantissimi libri di pietà per vivere la Messa. E la Messa, in sé – ci ricorda il Papa – è il “Sacramento dell’Amore”, la manifestazione più sublime dell’amore come dono totale: Cristo si dona a noi in modo pieno ed assoluto, e diventa un alimento vero e proprio per la nostra anima. In quel Sacrificio rivissuto ogni volta che un Sacerdote celebra la Messa rivive, in toto, lo stesso Cristo. Come ci insegna la dottrina cattolica: “Il sacrificio di Cristo e il sacrificio dell’Eucaristia sono un unico sacrificio: ‘Si tratta infatti di una sola e identica vittima e lo stesso Gesù la offre ora per il ministero dei sacerdoti, egli che un giorno offrì se stesso sulla croce: diverso è solo il modo di offrirsi’. E poiché in questo divino sacrificio, che si compie nella Messa, è contenuto e immolato in modo incruento lo stesso Cristo, che ‘si offrì una sola volta in modo cruento’ sull’altare della croce, [...] questo sacrificio [è] veramente propiziatorio” (CCC n.1367). Attraverso, dunque il mistero della transustanziazione noi riusciamo ad avere tutto Cristo, in corposangueanimadivinità, secondo l’eccelsa definizione del Concilio di Trento: “Con la consacrazione del pane e del vino si opera la trasformazione di tutta la sostanza del pane nella sostanza del corpo di Cristo, nostro Signore, e di tutta la sostanza del vino nella sostanza del suo sangue. Questa trasformazione, quindi, in modo adatto e proprio è chiamata dalla santa Chiesa Cattolica transustanziazione” (Sess. XIII, capitolo IV; cfr. can. II).
Il mistero ecclesiale, che è racchiuso nel mistero eucaristico, è un qualcosa di certamente incomprensibile nella sua interezza, ma se consideriamo che dal costato trafitto di Cristo, mediante l’acqua e il sangue, è nata la Chiesa, rinnovando il luogo veterotestamentario della nascita della donna dalla costola dell’uomo, in questa nuova ed eterna rigenerazione dell’umanità per i meriti della Passione del Signore, riusciamo a intravedere parte di questo grande mistero.
Mistero, questo, davanti al quale molti potrebbero ritenersi estremamente indegni. Ma il Santo Curato d’Ars avvertiva: “Non dite che non ne siete degni. È vero: non ne siete degni, ma ne avete bisogno”. Ora, noi, abbiamo veramente bisogno di Cristo, come un amante ha bisogno dell’amato, poiché, come ricordava quello stesso Santo sacerdote: “Il buon Dio, volendo darsi a noi, nel sacramento del suo amore, ci ha dato un desiderio profondo e grande che Egli solo può soddisfare”.
Spesse volte la Messa viene vissuta come un “pensiero” da togliersi, come un dovere imposto da una norma che, per consuetudine, rispettiamo ma di cui, spesso, non riusciamo a coglierne la ‘ratio’. A volte ci sembra fastidioso, lo facciamo di malavoglia, perché pensiamo che sia un atto da vivere passivamente, quando in realtà la dottrina cattolica ci ha sempre insegnato che il Sacerdote – conformato a Cristo, Sacerdote e Vittima, l’unico a poter offrire il Sacrificio – nell’atto di celebrare non è solo, ma con lui partecipa tutta la Chiesa, militante il terra trionfante in cielo, per il mistero della comunione dei Santi, con lui partecipano la Madonna, gli Angeli: la messa è definita “apoteosi gloriosa” della Corte Celeste, alla quale siamo tutti chiamate a partecipare con la nostra piena disposizione d’animo. L’essere “partecipativi” alla Messa non è leggere una lettura, o la preghiera dei fedeli: tutto ciò, se fatto per “clericizzare” la condizione laicale, perverte il valore della Messa, che non è né una cena “memoriale” né una singolare “assemblea” rituale. La Messa è un Sacrificio, nel quale si ripresenta il medesimo, identico, Sacrificio del Calvario. Non avrebbe senso celebrare la Messa se fosse una memoria… ognuno di noi ne potrebbe fare ricordo nella sua stanza, a casa, al mare… invece noi siamo chiamati a rendere culto a Dio con quel Sacrificio che già vide preconio nelle profezie di Malachia: “Ho cessato di compiacermi in voi (sacerdoti dell’antica Alleanza, NdA) e, in avvenire, non riceverà nessun dono dalle vostre mani, perché dall’oriente all’occidente, il mio nome sarà grande in mezzo alle nazioni e in tutti i luoghi si offre un sacrificio puro al mio nome” (Mal., 1, 1011). In essa, dunque, abbiamo la piena edificazione della Chiesa, quale nuovo Israele, la vigna del Signore costituita in ragione del Battesimo, e non dell’appartenenza genetica ad un dato popolo. E del resto, quell’influsso causale di cui parlano Giovanni Paolo II e Benedetto XVI ha fondamenti nella storia apostolica, giacché è mediante la celebrazione dell’Eucaristia che si è fatta la Chiesa.
La tradizione ci insegna che gli Apostoli stessi hanno offerto il Sacrificio della Messa. San Matteo fu ucciso all’altare, mentre celebrava i divini misteri. Secondo la leggenda Sant’Andrea diceva al giudice Egea: “Ogni giorno io sacrifico a Dio onnipotente non la carne dei tori o il sangue dei montoni, ma l’Agnello immacolato”. E abbiamo ancora le liturgie della Messe di San Giacomo e di San Marco: l’una in uso a Gerusalemme e l’altra ad Alessandria d’Egitto.
Attraverso l’offerta eucaristica la Chiesa nasce, cresce, e si fortifica. Senza Eucaristia, possiamo senza paura affermare, non c’è Chiesa, e non può darsi Chiesa senza l’Eucaristia. Diceva
S. Tommaso: “Come il cibo corporale è necessario per la vita a tal punto che senza di esso non si può vivere,...così il cibo spirituale è necessario per la vita spirituale, in modo che senza di esso la vita spirituale non si può mantenere”. In quel mistero silenzioso e ammirabile della reiterata incarnazione del Verbo, noi riusciamo a contemplare tutta intera la nostra fede; nell’Eucaristia è la chiave di tutto, essendo la Messa “fonte e apice di tutta la vita cristiana” (LG 11): “Infatti, nella santissima Eucaristia è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo, nostra Pasqua e pane vivo che, mediante la sua carne vivificata dallo Spirito Santo e vivificante, dà vita agli uomini” (PO 5).
Nell’ultimo Concilio – facendo eco al sapiente, costante ed immutabile Magistero precedente – i Padri dopo aver detto che “la Chiesa, ossia il regno di Cristo già presente in mistero, per la potenza di Dio cresce visibilmente nel mondo”, quasi volendo rispondere alla domanda: “Come?”, aggiungono: “Ogni volta che il sacrificio della Croce “col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato” (1 Cor 5,7) viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione. E insieme, col sacramento del pane eucaristico, viene rappresentata e prodotta l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo (cfr 1 Cor 10,17)” (LG 3). San Tommaso ci ha insegnato che “Nell’ultima Cena, dopo aver celebrato la Pasqua con i suoi discepoli, mentre passava da questo mondo a suo Padre, Cristo istituì questo sacramento come memoria perpetua della sua passione .... il più grande di tutti i miracoli; a coloro che la sua assenza avrebbe riempito di tristezza, lasciò questo sacramento come incomparabile conforto”.
L’Eucaristia, dunque, che semanticamente indica il “dono di grazie”, è l’adempimento della promessa evangelica del Signore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20): istituita alla presenza del solo Collegio Apostolico, essa rappresenta il vincolo ecclesiale inscindibile della comunione, termine di seguito utilizzato per indicare la partecipazione diretta al Corpo e Sangue di Cristo. Alla sola Gerarchia il Signore ha voluto affidare la continuità e la perpetuità di questo dono mirabile, che Egli stesso è. Ai soli Sacerdoti il gravissimo compito di perpetuare, incruentamente, su tutti gli Altari, il Suo Sacrificio. “Ogni giorno egli (Gesù) discende dal seno del Sommo Padre nell’altare tra le mani del sacerdote e come apparve ai santi Apostoli nella vera carne, così anche ora si rivela a noi nel sacro pane” diceva S. Francesco d’Assisi.
Attesa, dunque, l’incorporazione che ogni battezzato ha ricevuto col il lavacro dell’acqua – e dunque con la sua “morte al peccato e rinascita alla vita” – il Sacrificio Eucaristico diventa conferma e collante, alimento corroborante e vivificante, della vita cristiana.
S. Francesco di Sales soleva dire che “Il Papa è il Cristo che parla. L’Eucaristia è il Cristo che tace”. Una visione, questa, pienamente apostolica, ecclesiale, perché pienamente eucaristica.
Lì, nel silenzio dell’Ostia, Cristo ci manifesta il suo amore sconfinato: si è donato tutto a noi, si fa in mille frammenti pur restando Uno.
“Tutte le buone opere messe insieme non equivalgono al sacrificio della Messa, perché sono opere degli uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio” diceva il Santo Curato d’Ars, il quale ai suoi parrocchiani faceva notare che “Quando abbiamo comunicato, se qualcuno ci dicesse: “Che cosa vi portate a casa?”, potremmo rispondere: “Porto il cielo””. Giovanni Paolo II faceva notare: “L’intimità divina con Cristo, nel silenzio della contemplazione, non ci allontana dai nostri contemporanei, ma, al contrario, ci rende attenti ed aperti alle gioie ed agli affanni degli uomini ed allarga il cuore alle dimensioni del mondo. Essa ci rende solidali verso i nostri fratelli in umanità, in particolare verso i più piccoli, che sono i prediletti del Signore. Attraverso l’adorazione, il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. Coloro che si incontrano con il Signore svolgono dunque un eminente servizio: essi presentano a Cristo tutti coloro che non Lo conoscono o che sono lontani da Lui; essi vegliano davanti a Lui, in loro nome”.
Il Sacramento, summa di tutti i Sacramenti, è pertanto un qualcosa di “doppio”: è intimo, perché riguarda la nostra anima, ma al tempo stesso è “esterno”, perché la riguarda in ragione di un’appartenenza, di un’incorporazione.
Non facciamoci, dunque, prendere dalla frenesia una volta terminata la messa… che non è mai lunga e, soprattutto, non è mai “finita”… Un vecchio proverbio dice che “La messa è lunga quando la devozione è corta”. Noi invece, come insegnava S. Josemaría Escrivá de Balaguer, “Dobbiamo, anzitutto, amare la Santa Messa, che deve essere il centro della nostra giornata. Se si vive bene la Messa, come è possibile poi, per tutto il resto del giorno, non avere il pensiero in Dio, non aver la voglia di restare alla sua presenza per lavorare come Egli lavorava e amare come Egli amava?”.
“Ogni visita a Cristo Eucaristico e ogni contemplazione della sua presenza – diceva la nostra Santa Maria Domenica Mazzarello – sono un ritorno alla nostra vera situazione, al nostro destino finale: rappresentano una pregustazione del possesso celeste, dove il nostro essere abiterà in Dio e il nostro sguardo si fonderà con il suo”. E S. Pio da Pietrelcina consigliava: “Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare altro, chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito rassegnato dell’anima, ed egli verrà e resterà sempre unito con l’anima mediante la sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo, quando non ci puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame ed abbraccia il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo sacramentalmente… Se gli uomini comprendessero il valore della Santa Messa, ad ogni Messa ci vorrebbero i carabinieri per tenere in ordine le folle di gente nelle Chiese”.
E del resto, già S. Alfonso M. de’ Liguori logicamente faceva notare: “Gli amici provano tanta gioia nello stare insieme, che trascorrono tra loro delle intere giornate. Chi non ama Gesù Eucaristia invece, si annoia alla sua presenza; i santi hanno trovato il paradiso, davanti al SS. Sacramento”.
Alla luce della simmetria tra il mistero dell’Incarnazione e quello del Sacrificio Eucaristico, legati a doppio filo col mistero della Chiesa, possiamo senz’altro trovare una via privilegiata per immergerci in questo oceano di immenso amore che s’irradia dall’Ostia santa, silenziosa eppur potentissima; la via privilegiata è Maria Santissima.
Meditava il B.to Charles de Foucauld: “Per i nove mesi che la Santa Vergine ti portò nel suo seno, non eri più vicino a Lei che a me quando vieni sulla mia lingua nella Comunione!”
La Beata sempre Vergine Maria fu il primo Tabernacolo del Signore. Ella Lo portò con sé e lo strinse a sé (come si prega in una bellissima orazione tradizionale composta da S. Tommaso, prevista come ringraziamento alla Messa) con amore fortissimo. E la stessa che aveva detto quel meraviglioso sì – dal quale noi stessi proveniamo, in quanto nuova umanità, e che fece in modo che “il Creatore si facesse sua fattura” (Dante) – la stessa che aveva accudito il piccolo Gesù e angosciata l’aveva cercato smarrito nel Tempio, quella stessa donna lo accolse tra le braccia ai piedi della Croce: umanamente straziata dal dolore, lacerata come ogni madre che perde un Figlio. Ella prese tra le sue braccia il Cristo, e lo strinse a sé, con lo stesso amore col quale l’aveva allattato da piccolo.
Veneriamo il Sacramento con le parole: Ave, verum corpus natum de Maria Virgine, / vere passum, immolatum, in cruce pro homine! Qui c’è il tesoro della Chiesa, il cuore del mondo, il pegno del traguardo a cui ciascun uomo, anche inconsapevolmente, anela. Mistero grande, che ci supera, certo, e mette a dura prova la capacità della nostra mente di andare oltre le apparenze. Qui i nostri sensi falliscono – “visus, tactus, gustus in te fallitur”, è detto nell’inno Adoro te devote –, ma la sola fede, radicata nella parola di Cristo a noi consegnata dagli Apostoli, ci basta. Lasciate che, come Pietro alla fine del discorso eucaristico nel Vangelo di Giovanni, io ripeta a Cristo, a nome di tutta la Chiesa, a nome di ciascuno di voi: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68).
Anche noi, dunque, sull’esempio di Maria “donna Eucaristica”, cerchiamo di stringere a noi il Signore, accogliendolo con le degne disposizioni morali – poiché un ospite di riguardo non si riceve con la casa sporca e in disordine – e tenendolo stretto dentro di noi, per saper essere realmente ciò che Egli vuole e a ciò cui siamo destinati, fin dal principio: santi e immacolati.
Dopo aver fatto la comunione, al termine della Messa, pertanto, rimaniamo in meditazione… Don Bosco consigliava almeno un quarto d’ora… ma avendo ricevuto un dono così grande, non c’è un tempo per il ringraziamento. Il silenzio, allora, ci accompagni per cinque dieci minuti… una volta usciti dalla Chiesa, facciamo della nostra vita un continuo ringraziamento a Dio per quanto ci dona, con gioia, servendoLo nelle opere di carità – sotto tutte le forme – e sentendoci realmente membra del Corpo Mistico.
Quell’Ostia – così come nell’affresco di Raffaello – è il centro di tutto. Tutto ruota intorno a quel Cristo che ora noi vediamo sotto le Specie eucaristiche, ma di cui potremo anche vedere il Volto, un giorno, contemplandolo nella Sua gloria, insieme alla Vergine e a tutti i Santi.              Fabio Adernò

* Dettate presso la Sede dell’Arciconfraternita dei Siciliani in Roma il 28 Gennaio 2010
 

Incontri 2009

"Gli incontri dei giovani si svolgono il terzo giovedì del mese alle ore 20,00. 
L'incontro si svolge nel seguente modo:
Un membro del gruppo (a turno) propone l'argomento del mese, segue una discussione libera e fraterna sulla tematica sviluppata.
Durante l'incontro si cena insieme.
Negli anni scorsi abbiamo riflettuto insieme sul Vangelo di Marco, sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica e lo scorso anno su Maria nel piano di salvezza."

Incontri di febbraio: Tema l'obbedienza di Maria

Giorno 19 febbraio 2009

abbiamo riflettuto insieme sul terzo capitolo della lettera ai Filippesi. L’ incontro è stato presentato da Paola Lipari.
Dal contenuto del terzo capitolo emerge come Paolo ha dovuto confrontarsi sempre non tanto con i giudei, quanto con i giudeo-cristiani che, secondo lui, pretendevano di tenere i piedi in due staffe: da una parte credere in Gesù e, dall’altra, credere nell’importanza di tutte quelle prescrizioni legali che avevano seguito prima di incontrarsi con il Signore. Per Paolo avere accettato la signoria di Cristo e avere riconosciuto in lui il compimento di ogni legge, comportava anche il superamento di ogni riferimento legale. Quindi, chi confessa con la mente e col cuore la signoria di Cristo non deve cercare altre dipendenze e obbedienze. Paolo era convinto che essere circonciso o incirconciso non significasse nulla per chi si era ormai lasciato inserire nel Signore Gesù, ma chi la pensava diversamente sembra che si fosse inserito anche a Filippi, dopo la sua partenza, provocando disorientamento nei fedeli. Saputolo, Paolo si lascia prendere dall’ira, perché ne va di mezzo la comunità alla quale é affezionato più di tutte. Per questo Paolo apostrofa gli ebrei con lo stesso epiteto “cani” che gli stessi usavano per definire i pagani, ritorcendolo con ironia la stessa definizione verso i giudaizzanti che vogliono imporre la circoncisione.
“Siamo infatti noi i veri circoncisi, noi che rendiamo il culto mossi dallo Spirito di Dio e ci gloriamo in Cristo Gesù”. Chi è il vero israelita? Colui che è circonciso nella carne o colui che è circonciso nello spirito?
La caduta di ogni vanto superfluo
“Ma quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo”. (Fil. 3, 7-8).
Questa è la spoliazione che vive Paolo e che è richiesta a noi. Una spoliazione che fa cadere ogni vanto superfluo, per quanto legittimo possa apparire e che fa sì che ognuno di noi possa augurarsi di “essere trovati in lui, non con una mia giustizia derivante dalla legge, ma con quella che deriva dalla fede in Cristo, cioè con la giustizia che deriva da Dio basata sulla fede” (Fil. 3,9). Il fondamento, la base della giustizia è la fede, la fiducia in Cristo Gesù, che è fiducia totale in Dio. Si sente ancora una volta l’eco dell’insegnamento di Gesù:”Quando avete fatto tutte queste cose, dite: siamo servi inutili, abbiamo fatto ciò che ci era stato chiesto di fare” (Lc 17,10).
Correre verso la meta
“Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch’io sono stato conquistato da Gesù Cristo. Fratelli, io non ritengo ancora di esservi giunto, questo soltanto so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil. 3, 12-14).
Paolo considera spazzatura tutto ciò che , fino all’incontro con Gesù, gli era sembrato molto importante. Egli si è affidato completamente a Cristo, convinto di avere ricevuto in lui il dono di essere giusto. Adesso constata che si è trattato soltanto di un seme che preme per esprimere tutte le potenzialità che ha dentro di sé. Ha posto tutto il presente e tutti il futuro in lui, ma adesso tutto questo deve svilupparsi. Il seme non è ancora la pianta! Per passare dalla potenzialità alla realizzazione completa, occorre compiere un itinerario.
Fra il “già” e il “non ancora” è proprio una gara. Il Signore ha preso l’iniziativa di afferrare Paolo. Paolo si accorge che quel momento è stato solo l’inizio di un progresso all’infinito nell’intimità con lui. E si capisce anche perché: Paolo, per quanto possa sentirsi realizzato, rimane infatti sempre una creatura. Come potrebbe allora non progredire continuamente nella somiglianza con lui? Ha già dentro di sé l’immagine del Signore al quale cerca di assomigliare sempre di più, ma constata che lui è sempre davanti, per cui il suo cammino verso di lui non cessa mai di caratterizzarsi come sequela.
La sequela nel Signore
L’unico modo per rendersi intimi al Signore è quello di mettersi alla sequela di lui. L’unica cosa possibile all’uomo è questo spogliamento continuo, questo lasciarsi conquistare sempre più totalmente dall’esigenza della sequela del Signore. Si comincia con lo spogliarsi delle cose più esteriori, più esterne, più superficiali ma, a mano a mano che si progredisce nella sequela di lui, cadono progressivamente tutti gli appigli.
“Fatevi miei imitatori, fratelli, e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo” (Fil. 3, 17- 18).
Paolo si rende conto che ha solo persone in carne e ossa davanti a sé e di avere posto delle mete talmente elevate da poter destare sgomento e allora esorta i fratelli a imitarlo come farebbe una guida sulla montagna: mettendo i piedi dove li ha messi la guida, così da essere sicuri di avere un appiglio grazie al quale potersi inerpicare sulla montagna dell’Inaccessibile, anche perché molti sono talmente impauriti dall’esigenza della fede, che rinunciano a inoltrarsi su questa strada, diventando, così, nemici della croce di Cristo.
Spunti per la riflessione personale
- Siamo in grado di spogliarci di ogni vanto superfluo, come ci esorta Paolo?
- Consideriamo anche noi spazzatura tutto il superfluo che ci circonda?
- Abbiamo fiducia totale in Cristo Gesù? Crediamo che il Signore ci possa illuminare per superare situazioni insormontabili?
- Corriamo anche noi verso la meta, come Paolo, convinti di non aver raggiunto la perfezione, per avvicinarci sempre più a Cristo Gesù?
 

Giorno 22 Gennaio 2009

alle ore 20 si è riunito il gruppo giovane dell’Arciconfraternita dando inizio al nuovo anno dopo la pausa delle feste natalizie. L’incontro, presieduto dal Primicerio Mons. Giuseppe Baldanza ha avuto come oggetto di riflessione il 2° capitolo della lettera di San Paolo apostolo ai Filippesi. La riflessione è stata guidata da una giovane consorella, che ci ha condotti a riflettere su quanto l’apostolo delle genti ha affermato nella sua lettera:
“Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo”.(Fil. 2,3-5)
In queste parole di Paolo balza evidente tutto il suo impegno profuso affinché nella comunità di Filippi regnasse la concordia la benevolenza la pace, tenendo lontano le critiche, le mormorazioni, segni evidenti di mancanza di carità verso il prossimo. (Nelle nostre comunità parrocchiali, gruppi c’è questo?)
Paolo, durante la sua missione apostolica a Filippi esortava i suoi amici ad avere il cuore generosamente aperto verso gli ultimi, i deboli, gli ammalati.
Quando in un gruppo si realizza in pieno l’unione fraterna in Cristo, non c’è posto per nessun tipo di rivalità, l’uno rispetta l’altro nella sua diversità.
Ma che cosa consente la realizzazione di tutto questo?

La virtù dell’umiltà, caratteristica del vero cristiano.
Paolo esorta a considerare gli altri superiori a se stessi avendo la consapevolezza dei propri limiti, a mettere da parte sopratutto l’orgoglio, riempiendo il cuore dell’amore di Cristo.
Si badi bene che non si tratta di un comportamento moralistico, costruito secondo chissà quali parametri di riferimento. Paolo sta semplicemente mettendo in evidenza le conseguenze dell’essere stati “innestati” in Cristo.

Il fatto di vivere in compagnia di una generazione perversa e degenere non deve portare dunque ad abdicare ad un impegno divenuto tutt’uno con l’elezione ricevuta dal Signore ma deve anzi spingerci ad essere luce che splende nel mondo (luce alimentata , come una lampada ad olio, dall’olio della Parola di Dio).
Ci viene richiesto di essere dei propositori viventi della Parola che è la vita. Tutto il resto è superfluo, è sovrappiù.

Riflessione personale
-Chi è Gesù per me?
-Come vivo il mio rapporto personale con Gesù? Lo adoro? Lo prego? Attingo forza dall’amicizia con Gesù come faceva Paolo?
-Come testimonio Gesù? Sono coerente nella mia condotta di vita? “Faccio gli interessi di Gesù” con i miei fratelli e con le mie sorelle? Cosa vuol dire per me essere amico?
Mi impegno ad avere gli “stessi sentimenti di Cristo”, ad amare come ha amato Lui, a dare qualcosa di mio, del mio tempo, delle mie capacità, per gli altri?
-Sono o almeno mi sforzo di essere quell’astro che risplende di cui parla Paolo in mezzo ad una generazione perversa?

 

Incontri 2008

Dal primo settembre sono riprese le varie attività svolte dall’Arciconfraternita; in particolare, il giorno 16 ottobre il gruppo giovani si è riunito alle ore 20 su invito del Primicerio, Mons. Baldanza. Ciascuno di noi è stato chiamato a portare idee e proposte da condividere con il gruppo in vista degli incontri mensili di quest’anno. Sono stati proposti molti temi interessanti, ma alla fine si è scelto di parlare della figura di san Paolo, in sintonia con l’Anno Paolino proposto dal Papa Benedetto XVI. Pertanto abbiano iniziato il nostro cammino guardando a questo grande innamorato di Cristo.
Nel seguente incontro, tenutosi il 20 Novembre, Mons. Baldanza ha presentato la figura di Paolo illustrandola nel contesto storico-culturale in cui egli visse. Paolo nato a Tarso di Cilicia verso l’anno 10 d. C. da una famiglia giudaica della tribù di Beniamino, fin dalla giovinezza ricevette a Gerusalemme, dal maestro Gamaliele, una profonda educazione religiosa secondo le dottrine dei farisei. Egli si formò nel contesto di tre importanti culture: l’ ebraica, la greca e la romana, che fecero di lui un “cosmopolita”. Fedele ebreo fu persecutore accanito della giovane Chiesa cristiana. Afferrato da Cristo sulla via di Damasco divenne annunciatore coraggioso di Gesù. L’evento di Damasco determinò una totale e radicale svolta nella sua vita. In lui si può dire morì una sua esistenza e ne nacque un’altra nuova: quella di vivere in e per Cristo.
Inoltre nell’incontro sono stati analizzati tutti i momenti determinanti della vita di Paolo, in particolare i suoi viaggi missionari. Fondò comunità cristiane, tra cui quella di Filippi, città importante della Macedonia.
Nell’incontro tenutosi l’11 Dicembre abbiamo riflettuto sulla lettera ai Filippesi. Don Alfredo ne ha illustrato il primo capitolo. La lettera fu scritta da Paolo mentre era prigioniero. Egli la indirizzò alla comunità di Filippi unitamente a Timòteo, suo fedele e inseparabile discepolo e collaboratore. Dall’analisi fatta da don Alfredo è emerso lo stretto legame spirituale, oltre che affettivo di San Paolo verso la comunità di Filippi; in particolar modo è stata sottolineata la partecipazione dei Filippesi non solo alle sofferenze di Paolo ma anche alla evangelizzazione che egli compiva mentre si trovava prigioniero per il Vangelo.
Al termine dell’incontro Mons. Baldanza ci ha esortato, come sempre, ad esprimere le nostre opinioni e le nostre impressioni. Proprio ciò caratterizza ogni nostro incontro mensile. Ognuno di noi torna a casa arricchito dalle tematiche trattate, ma anche dal confronto reciproco. Tale metodo ci consente di apprezzare e rispettare le nostre diversità e unicità. Concludo dicendo che l’Arciconfraternita mediante gli incontri mensili stimola sia spiritualmente sia culturalmente ognuno di noi. La cosa più bella è il desiderio che sentiamo di ritrovarci insieme ogni mese nell’amicizia per approfondire la conoscenza di Gesù. Grazie di cuore Arciconfraternita!     Alessia Stracquadanio

 

 

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